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	<title>l'Umanista &#187; Ambiente &amp; Ecologia</title>
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	<description>Informazione dal Mondo Umanista</description>
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		<title>Approvata alla Camera la legge che &#8220;rinazionalizza l&#8217;acqua&#8221;</title>
		<link>http://www.umanista.org/11062007/approvata-alla-camera-la-legge-che-rinazionalizza-lacqua/</link>
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		<pubDate>Mon, 11 Jun 2007 01:26:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Palumbo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente & Ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica interna]]></category>

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		<description><![CDATA[La legge che rinazionalizza l'acqua è stata approvata alla Camera: adesso dovrà passare il vaglio del Senato]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.umanista.org/wp-content/LightningVolt_Deep_Blue_Sea_02.jpg' alt='acqua' align=left hspace=5/> Alla Camera è passata la legge che rimette l&#8217;acqua sotto il controllo degli enti pubblici: allo scadere delle licenze delle municipalizzate essa tornerà sotto il controllo dei comuni. Tale emendamento è stato approvato grazie ai due deputati Verdi Angelo Bonelli e Giuseppe Trepiccione. Ora si dovrà passare il voto del Senato ma già si comincia a temere che i difensori delle lobby e dei profitti privati possano ostacolare la legge o addirittura bloccarla, usando come pretesto l&#8217;inefficenza delle gestione pubblica, molto veritiero come argomento. Tra l&#8217;inefficenza della gestione pubblica e speculatori privati, che hanno entrambi la stessa causa,  politici corrotti e interessi privati, si deve scegliere la terza via: enti pubblici  che tengano l&#8217;acqua sotto il controllo di tutti i cittadini, gestiti da una amministrazione trasparente ed efficente: che risponda direttamente alla gente del proprio operato.</p>
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		<title>Fermare la privatizzazione dell&#8217;acqua prima che sia troppo tardi</title>
		<link>http://www.umanista.org/10042007/fermare-la-privatizzazione-dellacqua-prima-che-sia-troppo-tardi/</link>
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		<pubDate>Tue, 10 Apr 2007 14:45:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Palumbo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente & Ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[Iniziative]]></category>

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		<description><![CDATA[A gennaio di quest&#8217;anno è iniziata la raccolta firme per una legge d’iniziativa popolare per riportare l’acqua sotto il controllo pubblico, tanto per la proprietà tanto per la gestione ed erogazione dei servizi

Più di 100 associazioni e comitati hanno promosso e aderito alla campagna, tra cui il Partito Umanista e gli Umanisti per l&#8217;Ambiente, i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>A gennaio di quest&#8217;anno è iniziata la raccolta firme per una legge d’iniziativa popolare per riportare l’acqua sotto il controllo pubblico, tanto per la proprietà tanto per la gestione ed erogazione dei servizi</em><br />
<img src='http://www.umanista.org/wp-content/acqua01thumb.jpg' align=left alt='' /><br />
Più di 100 associazioni e comitati hanno promosso e aderito alla campagna, tra cui il Partito Umanista e gli Umanisti per l&#8217;Ambiente, i Cobas, l&#8217;ARCI, la CGIL, l&#8217;intero movimento di Porto Alegre, i partiti della sinistra radicale, ma anche vescovi e parroci,  personalità della cultura e dello spettacolo che hanno inviato  messaggi di sostegno. </p>
<p>La proposta di legge vuole innanzitutto inserire nella legislazione italiana il principio che l&#8217;acqua debba essere un bene comune, un bene pubblico, non una merce che si può privatizzare e vendere, sulla quale si può speculare e fare profitti.</p>
<p>In passato l&#8217;acqua veniva gestita dai Comuni stessi o da aziende municipalizzate, ma da alcuni anni è partita un&#8217;offensiva da parte di aziende e speculatori per accaparrarsi i diritti su di essa. C&#8217;è chi la considera il &#8220;petrolio blu&#8221; del futuro, da sottomettere ai meccanismi del libero mercato e da quotare in borsa. Da proprietà e diritto di tutti l’acqua diventerebbe così una merce alla quale si potrà accede solo pagandola salata. </p>
<p>Nelle ultime settimane è arrivato da parte di alcune componenti del governo il segnale di voler tenere l&#8217;acqua fuori dalle privatizzazioni dei servizi già avviate, ma evidentemente c&#8217;è nel centrosinistra chi vuole procedere alla svendita anche dei servizi idrici, nonostante i proclami fatti dall&#8217;Unione nel suo programma elettorale. Bisogna quindi stare attenti e non abbassare la guardia, anche per evitare che si accelerino furbescamente le privatizzazioni prima di arrivare a una moratoria. Chi spinge in Lombardia verso l&#8217;inserimento dell&#8217;acqua in una società &#8220;multiutility&#8221; da quotare in borsa è soprattutto il presidente Formigoni, ma anche buona parte della destra, con il silenzio-assenso del presidente della provincia di Milano, Penati, e di gran parte del centrosinistra. Gli acquedotti, affidati  per ora alla Metropolitana Milanese SpA, verrebbero fatti confluire nell&#8217;AEM per procedere poi a una megafusione con la ASM di Brescia. Arrivati a tale punto esisterebbe il reale rischio che una società multinazionale, anche straniera, cerchi di impossessarsi del &#8220;tesorino&#8221;.</p>
<p>L&#8217;argomentazione che, essendo un bene scarso, l&#8217;acqua verrebbe gestita meglio da privati per evitare sprechi, è falsa. Gli acquedotti sono oggi in buone condizioni, l&#8217;acqua è di ottima qualità, l&#8217;accesso garantito a tutti, il costo basso. L&#8217;obiettivo principale delle società private è il profitto (a spese dei cittadini) e non la qualità del servizio.</p>
<p>La questione è gravissima e non riguarda solo l&#8217;Italia. Al  vertice di Nairobi e alla FAO si è parlato di siccità, desertificazione e carenza idrica in Europa, negli USA e in Cina, di 200 milioni di profughi idrici, di 800 milioni di contadini poveri cacciati dalle loro terre entro il 2050 e di modelli agricoli ormai in crisi per l&#8217;eccessiva dipendenza dall&#8217;acqua. In un rapporto sullo sviluppo umano dell’ONU dal titolo significativo &#8220;Povertà e Crisi Mondiale dell’Acqua&#8221; si legge che 4.900 bambini al giorno muoiono di diarrea per mancanza di acqua potabile e servizi sanitari.</p>
<p>Per quanto riguarda la situazione italiana, è urgente fermare la privatizzazione finché è ancora possibile. Una volta privatizzata l’acqua, sarà difficile tornare indietro. I cittadini, i politici e le istituzioni non si stanno rendendo conto di quello che è in gioco. Questa ignoranza è dovuta in parte al silenzio imposto dai mass-media, che hanno la consegna di tacere sulla questione.</p>
<p>Scendendo in piazza, pacificamente, a raccogliere le firme dobbiamo quindi anche informare, informare, informare, affinché si crei un&#8217;ampia protesta in tutto il paese che riesca a bloccare l&#8217;avanzata dei privati.</p>
<p>L&#8217;acqua deve restare un bene pubblico. Non può diventare una merce.</p>
<p>Altre info su: <a href="http://www.umanistiambiente.org/">www.umanistiambiente.org</a></p>
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		<title>Ambiente: la solita finta preoccupazione</title>
		<link>http://www.umanista.org/21032007/ambiente-la-solita-finta-preoccupazione/</link>
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		<pubDate>Wed, 21 Mar 2007 14:11:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Palumbo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente & Ecologia]]></category>

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		<description><![CDATA[Unione Europea e fabbriche di automobili giocano a nascondino mentre i problemi ambientali diventano esplosivi

“Non ci sono reali possibilità che l’industria automobilistica europea realizzi la strategia elaborata dalla Commissione Europea a febbraio, secondo la quale dal 2012 le nuove macchine utilitarie che entrano sul mercato europeo emetteranno al massimo 120 grammi d’ossido di carbonio al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Unione Europea e fabbriche di automobili giocano a nascondino mentre i problemi ambientali diventano esplosivi</strong><br />
<img src='http://www.umanista.org/wp-content/ClaudeMonet266x234.jpg' align=left alt='' /><br />
“Non ci sono reali possibilità che l’industria automobilistica europea realizzi la strategia elaborata dalla Commissione Europea a febbraio, secondo la quale dal 2012 le nuove macchine utilitarie che entrano sul mercato europeo emetteranno al massimo 120 grammi d’ossido di carbonio al chilometro – ha dichiarato martedì scorso a Bruxelles l’amministratore delegato della Fiat – “la realizzazione degli obiettivi fissati provocherebbe il blocco delle vendite” – ha proseguito Sergio Marchionne al margine di un incontro dedicato alle prospettive dello sviluppo del settore automobilistico nei nuovi paesi membri UE.<br />
La strategia della Commissione Europea presentata a febbraio anticipa le soluzioni giuridiche concrete e ipotizza la riduzione delle emissioni dei motori ai 130 g/km. I rimanenti 10 grammi dovrebbero essere “risparmiati” grazie al perfezionamento di altre parti della macchina (gomme, climatizzazione a risparmio energetico) e all’uso più massiccio dei biocarburanti.<br />
Secondo Marchionne, a nome di tutto il settore automobilistico UE, é irreale ipotizzare il raggiungimento di questi obiettivi entro il 2012 . “Le fabbriche di automobili non sono delle panetterie, dove la produzione è giornaliera. I modelli delle macchine che saranno lanciati sul mercato nel  2012, sono già stati elaborati – ha detto – addebitare tutti i costi che comporterebbe la riduzione ai produttori delle macchine è ingiusto”<br />
L’amministratore delegato della Fiat ha aggiunto che l’imposizione delle modifiche tecnologiche dei motori è il modo più costoso di limitare l’emissione di CO2. &#8220;Nessun economista con un po’ di buon senso potrebbe ideare una cosa del genere” – si irritava durante la conferenza stampa.<br />
In un anno la strategia dell’Unione dovrebbe trasformarsi in proposte legislative, che – prima di entrare in vigore – dovranno essere approvate dai paesi membri e dal Parlamento Europeo. Solo allora la Commissione Europea potrà precisare le modalità di riduzione delle emissioni CO2 nei motori. Tra le opzioni ponderate c’è anche quella di  fissare i limiti diversi secondo la grandezza del veicolo e la potenza del motore.<br />
Negli anni 1998-1999 l’industria automobilistica europea si è impegnata volontariamente di ridurre le emissioni CO2 di un quarto a cavallo egli anni 2008/09. Questo significherebbe l’emissione di 140 g/km. Sappiamo già che il ritmo dei cambiamenti tecnologici è troppo ridotto affinché i produttori possano raggiungere questo obiettivo. Al momento la media europea è 163 g/km.<br />
E intanto la natura se ne infischia delle strategie a lungo termine e ci rende pan per focaccia già ora.<br />
E non è questione di vendetta, ma di “naturale” autodifesa…</p>
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		<title>Benessere e umanizzazione nello sviluppo: arriva l&#8217;alba della decrescita economica</title>
		<link>http://www.umanista.org/27102006/crescita-senza-benessere-o-benessere-senza-crescita/</link>
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		<pubDate>Thu, 26 Oct 2006 23:48:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Palumbo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente & Ecologia]]></category>

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		<description><![CDATA[La contraddizione più drammatica della società contemporanea è il mito dello sviluppo e della crescita economica illimitata]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.umanista.org/wp-content/sunrise_rid.jpg' align=left alt='' /></p>
<p><em><strong> di Mauro Bonaiuti</strong></em><br />
Tutta la storia della modernità può essere letta come la storia di una grande espansione: militare, geografica, tecnico-scientifica e soprattutto economica. È la storia dello sviluppo, che ha raggiunto il suo culmine nel dopoguerra. Tuttavia, almeno a partire dagli anni Ottanta, è diventato sempre più evidente che la ricetta dello sviluppo non è estensibile a tutti. I dati di cui disponiamo parlano chiaro: il PIL dell’intero continente africano è, ancora oggi, inferiore al 2% del valore globale, ed è ormai evidente che molti paesi sono condannati a restare al palo. A livello planetario le differenze di reddito tra i più ricchi ed i più poveri si allargano drammaticamente: il divario tra il quinto più ricco della popolazione del pianeta e il quinto più povero è cresciuto dalla proporzione di 30 : 1 nel 1960 a 74 : 1 nel 1997.<br />
Nello scenario globale ricchezza e benessere coesistono sempre più con un vasto panorama di esclusi dal banchetto della società di consumo. Quali che siano le cifre di cui ci si serve per drammatizzare questa realtà (2 miliardi e 737 milioni di persone che vivono con meno di due dollari al giorno, o un bambino morto ogni 3 secondi) , queste testimoniano come il grande programma di sviluppo universale sia fallito.<br />
E in Europa e negli Stati Uniti ormai i “nuovi poveri” superano i cento milioni. Per quale motivo<br />
dunque la grande macchina dello sviluppo, il grande sogno occidentale di offrire condizioni di vita decenti ed in continuo miglioramento per l’intera umanità si è infranto?<br />
Per quanto il quadro sia complesso, credo si possa individuare una ragione di fondo. Il progresso tecnologico, e dunque la produttività, hanno raggiunto livelli tali che una minoranza è in grado di produrre tutto ciò di cui hanno bisogno le economie mondiali. Gli altri, i “naufraghi dello sviluppo” (sia singoli individui che interi stati), sono incapaci di prendere parte a questo gioco poiché non sono sufficientemente efficienti e competitivi.<br />
E’ per questo che alla fine degli anni Ottanta fanno la loro comparsa nuove formule di sviluppo “aggettivato”: si parla di sviluppo durevole e soprattutto di sviluppo sostenibile, senza però mai mettere in discussione i presupposti dello sviluppo: la fede incondizionata nel progresso tecnico, la massimizzazione dei profitti per le imprese e, soprattutto, la crescita illimitata della produzione e dei consumi, vera e propria spina dorsale di ogni politica di sviluppo.<br />
Se siamo ben consapevoli che sviluppo e crescita non coincidono, tuttavia è mai esistita una forma di sviluppo senza crescita?<br />
Credo sia giunto il momento di uscire dall’ambiguità di queste formule, affermando finalmente con chiarezza che l’attuale processo di sviluppo non è sostenibile, né socialmente né ecologicamente. </p>
<p><strong>La questione ecologica</strong><br />
I dati mostrano quanto il sistema produttivo globale sia già oggi insostenibile per la biosfera: basta ricordare l’impronta ecologica, ossia la superficie di ecosistemi terrestri ed acquatici necessaria a produrre le risorse consumate dalla popolazione umana e ad assimilarne i rifiuti. Negli USA è circa 5 volte superiore alla disponibilità media del pianeta: in altre parole per sostenere a livello globale lo stile di vita dell’americano medio, occorrerebbero circa cinque pianeti. I valori dei paesi europei sono circa due-tre volte superiori alla disponibilità media e dobbiamo considerare anche la Cina che ha, per adesso, un’impronta pro-capite più di sei volte inferiore a quella americana.<br />
Al di la delle cifre, è necessario capire le ragioni profonde dell’insostenibilità ecologica dello sviluppo. I sistemi biologici e gli ecosistemi, a differenza del sistema economico, non tendono alla massimizzazione di alcuna variabile, sono al contrario soggetti a limiti invalicabili. Negli organismi viventi un valore troppo grande di qualsiasi grandezza, come uno troppo piccolo, è sempre pericoloso: troppo ossigeno comporta la combustione dei tessuti, troppo poco conduce all’asfissia. Nel mondo biologico esistono quindi soglie che, per quanto flessibili e difficili da stabilire, non possono essere superate. Questo principio contrasta fortemente con gli assunti della teoria economica dominante, secondo la quale per i soggetti economici una quantità maggiore di un bene è sempre da preferire ad una quantità minore. A livello macroeconomico, quindi, nulla si oppone ad una crescita continua del reddito, dei consumi e della produzione, anzi questa crescita è ritenuta il primo, ed essenziale, obiettivo di ogni politica economica. Dobbiamo, poi, acquisire consapevolezza della natura entropica del processo economico: ogni attività produttiva comporta l’irreversibile degradazione di una certa quantità di materia ed energia. Poiché la biosfera è un sistema chiuso, che scambia energia ma non materia con l’ambiente, si arriva all’importante conclusione che la crescita illimitata della produzione e dei redditi, proprio perché basata sull’impiego di risorse energetiche e materiali non rinnovabili, è in contraddizione con le leggi fondamentali della termodinamica. </p>
<p><strong>Una decrescita sostenibile</strong><br />
Se l’analisi che abbiamo svolto è corretta, non ci resta che abbandonare l’illusione dello sviluppo sostenibile ed iniziare a concepire, e ad osare, la decrescita. Decrescita è certamente una parola forte, e come tutte le parole forti suscita notevoli entusiasmi, ma anche decise reazioni critiche. Perché, dunque, è stata scelta? Se è vero che l’economia è il cuore dell’immaginario occidentale, e la crescita il totem dell’economia, è chiaro che parlare di decrescita significa innanzitutto mettere in discussione la centralità dell’economia nel nostro immaginario ed iniziare a pensare ad un’altra società. Va chiarito, tuttavia, che quello alla decrescita è essenzialmente un appello: non siamo di fronte ad un modello compiuto, ad una ricetta “chiavi in mano”, ma piuttosto ad una pluralità di vie per andare oltre la società della crescita. E’ bene chiarire subito cosa la decrescita non è: non è un programma masochistico &#8211; ascetico di riduzione dei consumi e della produzione, attuato nell’ambito di un sistema economico e sociale immutato rispetto all’attuale. La decrescita non è semplicemente crescita negativa. Decrescita non significa neppure condannare i paesi del Sud del mondo ad un’ulteriore riduzione del reddito pro-capite, ma avere come prospettiva un significativo aumento, non certo una riduzione, del benessere sociale. </p>
<p><strong>Perché piccolo è bello</strong><br />
A livello economico decrescita significa innanzitutto la riduzione delle dimensioni delle grandi organizzazioni, tecnocrazie, sistemi di trasporto, ecc. Poiché queste dimensioni sono inscindibilmente connesse alle dimensioni dei mercati, occorre spostare il baricentro dell’economia dai mercati globali a quelli regionali e locali, rilocalizzando l’economia.<br />
La riorganizzazione del processo economico secondo modalità non predatorie è la premessa indispensabile per non fare della guerra l’unico possibile esito dei conflitti. </p>
<p><strong>Convivialità e partecipazione</strong><br />
La decrescita, grazie alla riduzione delle dimensioni delle imprese, delle istituzioni e dei mercati, valorizza la dimensione locale, favorendo una migliore qualità di vita in organizzazioni non disumanizzanti, ma al contrario portatrici di senso, che consentano di aumentare il tempo libero, di ridurre lo stress e l’alienazione.<br />
Solo nella piena consapevolezza che la crescita, e lo sviluppo, non sono la soluzione del nostro malessere, come vorrebbero gli apologeti del pensiero unico, ma rappresentano piuttosto il problema, la causa, potremo finalmente uscire dall’ingranaggio e costruire una nuova prospettiva.</p>
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