Una settimana senza violenza a Baghdad
Anche se pensando alla situazione che c’è attualmente in Iraq tutto viene in mente tranne gli insegnamenti di Gandhi e Martin Luther King, nel paese c’è chi sta lavorando per diffonderne convinzioni e pratiche.
Dal 27 maggio al 2 giugno è stata realizzata, la “Settimana della nonviolenza nelle università irachene”, una campagna di mobilitazione alla quale hanno partecipato vari gruppi di attivisti, ong e associazioni della società civile, di diversa estrazione, ma accomunati dal rifiuto della violenza.
Il clima nel paese è quello che è, dunque si comincia con obiettivi minimali: primo fra tutti, la sensibilizzazione. Sono stati stampati inizialmente 20.000 volantini, e molti altri sono stati fotocopiati con un passaparola fra gli attivisti: verranno distribuiti in giro per le università . Contengono un invito, rivolto agli studenti: un invito che è anche un impegno – a non restare passivi di fronte alla violenza, ma opporsi alla sua diffusione, con mezzi non violenti. Cominciando da se stessi.
Dell’invito fa parte un giuramento, con il quale studenti e studentesse si impegnano a non utilizzare la violenza nei loro comportamenti o nei loro atteggiamenti nell’università , a casa, per strada, o in qualsiasi altro luogo pubblico per tutta la durata della settimana. Da nessuna parte, e per nessun motivo: neppure per ragioni di autodifesa.
Inizialmente la campagna ha riguardato i quattro principali complessi universitari di Baghdad – l’Università al Mustansiriya, il complesso di Jadiriya, quello di Bab-Muadam, e il Politecnico – con una certa flessibilità che tenesse conto delle effettive capacità logistiche delle organizzazioni coinvolte nella campagna.
Il coordinamento e la gestione centralizzata sono stati affidati all’organizzazione Al Mesalla, un centro studi per i diritti umani e la democrazia.
L’iniziativa a Baghdad fa seguito a una analoga, partita a fine marzo dall’Università di Bassora e concepita da uno studente sunnita, la cui famiglia era stata uccisa nel corso di violenze a carattere confessionale.
Nella maggiore città del sud dell’Iraq, dove la popolazione è in prevalenza sciita, da molto tempo c’è una escalation della violenza, rivolta in particolare contro la minoranza sunnita.
Le organizzazioni promotrici della campagna sono riunite nella rete “La Unf” (in arabo: niente violenza), una delle iniziative scaturite da un workshop sulla azione non violenta che si è tenuto ad Amman dal 4 al 9 gennaio, organizzato dall’Associazione “Un Ponte per”, assieme al Centro Gandhi, all’organizzazione catalana Nova e al francese Mouvement pour un Alternative Non-violente.
Ad esso hanno preso parte 24 iracheni (20 uomini e 4 donne), di diverse estrazioni, confessioni, e orientamenti politici: religiosi, laici, sciiti, sunniti, kurdi, caldei, attivisti politici, religiosi, dei diritti umani, giornalisti, avvocati, sindacalisti.
Tra i partecipanti c’era anche Ali Shalal al Qaisi, il detenuto incappucciato di Abu Ghraib la cui foto (in piedi su una scatola, con gli elettrodi attaccati alle mani) ha fatto il giro del mondo, a testimoniare che nelle carceri Usa si pratica la tortura.
Studioso e insegnante di religione, l’ex prigioniero di Abu Ghraib ha fondato l’associazione delle vittime delle carceri americane, che cerca di dare conforto alle vittime e alle loro famiglie perché possano superare il trauma in modo collettivo e incanalare la loro rabbia in forme di lotta nonviolenta contro l’occupazione.
Ornella Sangiovanni
Osservatorio Iraq (www.osservatorioiraq.it)


