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Brucia la bidonville di schiavi a Cassibile

È finita la raccolta delle patate ed è scoppiato l’incendio. Quando si dice il fato…”, parla Padre Carlo D’Antoni, un parroco di Siracusa. Una settimana fa, dopo aver constatato la totale indifferenza delle istituzioni pubbliche, ha deciso di trasferirsi nella bidonville di Cassibile per assistere gli immigrati. È come se a Cassibile vigesse una legislazione speciale. Non da oggi: da almeno una decina d’anni, cioè da quando si formò il primo embrione della baraccopoli. All’alba gli immigrati raggiungono il centro del paese e si schierano in attesa dei “caporali”, quasi tutti marocchini, i quali, dopo aver scelto i braccianti, li fanno salire sulle loro macchine e li portano sul luogo di lavoro: 50 euro, 15 dei quali finiscono nelle tasche del “caporale”.
E si lavora nei campi 12 ore al giorno. La lombosciatalgia rappresenta il 20-30 per cento del totale delle malattie del campo. È causata dal fatto che i raccoglitori di patate devono stare con le gambe dritte o appena piegate, la schiena curva, e soprattutto devono lavorare utilizzando sempre entrambe le mani. Chi si accoscia viene severamente redarguito. Rischia di perdere il posto.
A parte il mal di schiena, le altre patologie del campo sono ambientali: disturbi gastrointestinali, malattie dermatologiche causate dalla scarsa igiene, scabbia. L’acqua è a un chilometro di distanza, nella fontana del paese. A Cassibile ci sono state due operazioni di polizia consecutive per individuare i clandestini. Una il 31 maggio, l’altra il primo giugno. Sono state identificati oltre duecento degli ospiti della bidonville. C’è chi fa notare che queste operazioni avvengono nella fase finale della raccolta delle patate, quando la domanda di manodopera diminuisce. E comunque non colpiscono mai i “caporali”, cioè i reclutatori dei nuovi schiavi.

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